Mafia, domani l’interrogatorio dell’ex pm Natoli

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“Sono qui per fornire un resoconto ordinato degli accadimenti, come risultano dai documenti ufficiali dell’epoca, e non già da ricostruzioni inesatte, se non oggettivamente false, in alcuni passaggi, che sono state proposte in precedenza”, dall’avvocato Fabio Trizzino, genero del giudice Paolo Borsellino. E’ il 23 gennaio del 2024 e l’ex pm del pool antimafia di Palermo Gioacchino Natoli, è seduto davanti alla Commissione nazionale antimafia per replicare alle dichiarazioni fornite nei mesi precedenti a Palazzo San Macuto proprio dall’avvocato Trizzino, marito di Lucia Borsellino e legale della famiglia del giudice nei processi sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio. Natoli a Palazzo San Macuto parla di “gravissime insinuazioni” e “accuse” che sono state mosse e ribadisce la sua “enorme sorpresa” per “le accuse di sostanziale infedeltà, se non addirittura più gravi” nei suoi confronti.

Sorpresa, “dovuta non tanto al fatto che mai nei 31 anni trascorsi da quei fatti, né prima di allora, è stato da alcuno anche solo ipotizzato o azzardato che la mia attività di magistrato fosse stata ispirata a principi a condotte che non fossero di corretezza, senso di giustizia e rispetto di legalità, ma soprattuto si fondono su una ricostruzione di avvenimenti reali distorta e del tutto destituita di fondamento”. Sono trascorsi cinque mesi da allora e l’ex magistrato è finito nel registro degli indagati per favoreggiamento a Cosa nostra e calunnia. L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Caltanissetta, che ha notificato un invito a comparire per interrogarlo al magistrato, che sarà interrogato domani mattina alle 11. Le contestazioni a Natoli sono legate all’indagine Mafia e appalti, avviata agli inizi degli anni Novanta a Palermo e a cui lavorò con grande impegno il giudice Paolo Borsellino.

Per i pm nisseni, Natoli avrebbe insabbiato l’indagine della Procura di Massa Carrara, poi confluita nel procedimento sulle gare pubbliche gestite dalla criminalità organizzata, per favorire l’imprenditore palermitano Francesco Bonura. Ma avrebbe aiutato anche altri imprenditori Antonino Buscemi, Ernesto Di Fresco, Raoul Gardini (morto suicida), Lorenzo Panzavolta e Giovanni Bini ad eludere le indagini.

Ma cosa aveva detto l’avvocato Fabio Trizzino nelle lunghe audizioni rese davanti all’Antimafia, guidata da Chiara Colosimo, nell’ambito del procedimento sul depistaggio Borsellino? Secondo il legale, l’allora pm del pool antimafia, nel giugno del 1992, subito dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio, aveva chiesto l’archiviazione e la smagnetizzazione delle intercettazioni e la distruzione dei brogliacci di una inchiesta riguardante due società operanti nelle cave di marmo di Massa Carrara, legate in qualche modo ai fratelli Nino e Salvatore Buscemi, e al boss mafioso Totò Riina.

L’avvocato ha collegato l’indagine sui Buscemi a quelle del Ros dei Carabinieri su ‘Mafia e appalti’, indicandole come il movente segreto della strage Borsellino. Il comportamento di Natoli, secondo il legale, era stato “anomalo” per “un’indagine di mafia”. “Il dottore Natoli avrebbe dovuto giustificare quella distruzione a Borsellino, se Borsellino fosse sopravvissuto”, ha sostenuto Trizzino in Commissione Antimafia.

Natoli, nella sua lunga deposizione in Antimafia, ha parlato di “affermazioni denigratorie” che “sono tutte clamorosamente destituite di fondamento”. E, con documenti alla mano, ha sottolineato che le affermazioni dell’avvocato Trizzino su quelle intercettazioni fossero “clamorosamente false”. Innanzitutto, perché “le bobine delle intercettazioni telefoniche eseguite su indicazione della procura di Massa Carrara non furono mai consegnate a Palermo, e perché l’ordine di smagnetizzazione atteneva esclusivamente ai decreti emessi dal gip di Palermo”, ha detto Natoli in Antimafia. L’ex pm ed ex Presidente della Corte d’Appello di Palermo ha anche riferito alla Commissione di aver richiesto alla Procura di Palermo, nella persona del procuratore della Repubblica Maurizio de Lucia, la consultazione del cosiddetto “modello 37”, cioè quel registro sul quale vengono annotati tutti i decreti di intercettazione e il divenire del decreto di intercettazione.

‘Le intercettazioni non erano mai state smagnetizzate’

E così è emerso “che le intercettazioni non erano mai state smagnetizzate”. Natoli ha anche consegnato alla stessa Commissione “le trascrizioni integrali delle 29 intercettazioni”, ritenute più rilevanti dagli inquirenti. In apertura della audizione la Presidente Colosimo, quel giorno, fece sapere che la Procura di Palermo, in una nota, aveva spiegato che “non è stato possibile reperire tre dei 4 brogliacci riferiti a quelle intercettazioni”. Natoli, quel giorno, disse anche che l’esito delle intercettazioni era stato “assolutamente negativo”, tanto che la “Guardia di finanza già in data 2 gennaio 1992 mi comunica che tre utenze telefoniche hanno dato il risultato zero” perché aventi “contenuto esclusivamente familiare, è comunque non inerente al servizio”. In altre parole, quelle intercettazioni “non hanno consentito di individuare episodi, circostanze specifiche o altri elementi di fatto tali da chiarire” i rapporti con i fratelli Buscemi (Nino e Salvatore) e la Calcestruzzi”.

L’ex pm del pool antimafia ha poi spiegato all’Antimafia che Trizzino avrebbe messo in atto una operazione di “anticipazione delle conoscenze” poiché in base alla sua ricostruzione “tutte le preziose conoscenze sul sistema mafia appalti, avutesi esclusivamente a partire dalla fondamentale collaborazione di Siino del luglio 1997 e dopo le dichiarazioni di Giovanni Brusca del periodo ’98-’99, cioè quando Brusca comincia a diventare effettivamente attendibile, avrebbero dovuto essere conosciute e valorizzate dai pm della Procura di Palermo, Lo Forte e Scarpinato, in anticipo rispetto alla storia, cioè al momento della richiesta di archiviazione da loro depositata il 13 luglio 1992″. Una ricostruzione che avrebbe denotato una “grave capziosità”.

Durante l’audizione Natoli ha anche ribadito che le sentenze e le richieste di archiviazione di altri procedimenti spiegano che si tratta di stragi che “hanno una molteplicità di concause all’interno delle quali si iscrivono anche quelle riconducibili al rapporto mafia-appalti. Ma soltanto come concausa e non come causa esclusiva e meno che mai come causa acceleratrice di una determinazione”.

Poi, parlando ancora delle dichiarazioni di Trizzino sulla inchiesta di Massa Carrara, costola dell’indagine Mafia e appalti, ha elencato i principali punti su cui verteva il fascicolo: “La Procura nella persona del sostituto Augusto Lama, a partire dal 1990, stava svolgendo delle indagini sui distretti marmiferi della zona da cui sarebbe emersa la commissione di reati gravissimi da parte, tra gli altri, del noto Antonino Buscemi, già imputato a Palermo” in “una tranche del maxiprocesso, sin dal 1988, in concorso con i vertici della Calcestruzzi S.p.A. di Ravenna, appartenente al gruppo Ferruzzi-Gardini”. L’allora pm Augusto Lama aveva chiesto alla procura di Palermo di “espletare opportune indagini al fine di accertare le principali utenze sia private che professionali utilizzate dai fratelli Buscemi, Antonino e Salvatore”, ha detto Natoli. Quest’ultimo fece le indagini ma, ha specificato, “a Palermo l’apposito gruppo di lavoro delle misure di prevenzione si occupava di Antonino Buscemi sin dal 1990 e nel 1991 aveva chiesto delle indagini approfondite al gruppo Carabinieri Palermo Uno che poi vengono sollecitate dall’allora pm Roberto Scarpinato il 13 luglio del ’92 in contemporanea al deposito dell’archiviazione”.

Successivamente le indagini vennero riaperte dai pm Giuseppe Pignatone, Ilda Boccassini, Roberto Saieva e Luigi Patronaggio. Ma anche chiesero l’archiviazione della inchiesta. “Era stato lo stesso giudice Giovanni Falcone ad insegnarlo agli altri magistrati: ci insegnò che ‘dovevamo imparare ad utilizzare le indagini preliminari come qualche cosa che veniva utilizzata a tempo’, cioè ‘se erano ancora buoni i risultati delle indagini al termine delle scadenze, altrimenti archiviate’”, ha detto Natoli.

Al tempo, ha spiegato Natoli “c’era una interpretazione che non fu mai contestata né contrastata da alcuno. Nell’articolo 269.2 del vigente codice di procedura penale, che ancora oggi afferma che ‘la conservazione delle registrazioni va fatta fino a quando le sentenze non passino in cosa giudicata”. Non solo. Sempre Natoli ha detto in antimafia che per dichiarati problemi economici, il governo aveva decretato che, per risparmiare, si dovevano smagnetizzare le bobine per poterle riutilizzare. Domani l’ex om sarà ascoltato dai magistrati nisseni per raccontare quanto accadde in quei giorni di giugno 1992. (di Elvira Terranova)